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L’Italia, Facebook e la fiducia nelle notizie

infografica reuters digital news report

Oggi proviamo a fare un gioco con due dati del Digital News Report del Reuters Institute, presentato nei giorni scorsi nella sua edizione del 2015. I dati sembrerebbero non avere a che fare l’uno con l’altro. Uno parla della scarsa fiducia degli italiani nei mezzi di informazione che apparecchiano loro il menu quotidiano di notizie, relegata al 35%, decimo peggior dato nella classifica dei dodici paesi in cui si è svolta l’indagine (solo Spagna e Stati Uniti fanno peggio). La posizione dell’Italia cala ancora se si sostituiscono ai mezzi d’informazione intesi in senso generico quelli usati come fonti di notizie dagli intervistati: solo il 48% nutre fiducia nella loro affidabilità. Peggio c’è solo la Spagna. Il secondo dato dice che l’Italia è l’unico paese in cui l’uso di Facebook come fonte di notizie ha subito una flessione nel 2015 rispetto al 2014, dal 48% del campione al 46% che dichiara di farne anche quell’utilizzo. Con questo calo l’Italia perde anche due posizioni nella graduatoria delle dodici: da seconda dietro il Brasile a quarta dietro Brasile (che con un +16% ha la crescita marginale più alta), Spagna e Danimarca.

Qual è il nesso? Proviamo a immaginarlo partendo da un assunto: i principali protagonisti del mercato delle news italiane (e anche le seconde e terze linee) sono ben presenti su Facebook con le loro fanpages che distribuiscono links a spron battuto cercando di convogliare traffico – e quindi visite e pagine viste – sul loro sito web. Non sono i soli: sulla nostra bacheca tutto è notizia, dalla foto del gattino pubblicata da un amico al video di YouTube con un’azione spettacolare delle finali di pallacanestro Nba comparsa sul gruppo di fans del basket a cui siamo iscritti. La concorrenza per le news in senso stretto, insomma, è ricca e forte. Poi ci sono le operazioni di cosiddetto “click baiting”, i post con link pubblicati – per semplificare – in “stile TzeTze”. Il portale di “notizie scelte dalla rete” prova ad attirare l’attenzione con domande retoriche, punti interrogativi in posizioni strategiche, puntini di sospensione lasciati apposta per attirare la curiosità. “Dramma in autostrada: tremendo incidente stradale poco fa. Muore un’intera famiglia a…” è un titolo di un giorno qualsiasi, preceduto da “Ha tagliato la sua auto a metà: il motivo è incredibile. Scopri perché”. Se t’incuriosisci clicchi sul link, e il gioco è fatto. Ma funziona anche per i quotidiani, o meglio per i brand tradizionali del mercato delle notizie? E soprattutto è opportuno per un mezzo d’informazione che, nel suo dna, dovrebbe conservare il gene dell’autorevolezza?

Messaggero-Belen

Facciamo due esempi pratici. Il primo ha fatto il giro d’Italia. Il Messaggero pubblica un contenuto di gossip sulla sua pagina Facebook e viene “sgridato” dagli utenti che invitano il quotidiano a condividere anche sui social contenuti più seri e consoni al blasone della testata. La risposta del social media manager di turno (“Questo non è Il Messaggero, questa è la pagina Facebook de Il Messaggero”) scatenò ancora di più gli utenti e, nei giorni a venire, anche i commenti di numerosi esperti del settore, tutti ipercritici nei confronti della gestione del canale Facebook, evidentemente considerato come “altro” rispetto al quotidiano. La domanda è: se credete di entrare in un ristorante gourmet e vi fanno sedere in una dependance per servirvi lasagne precotte e scaldate al microonde, tornereste in quel locale?

Libero Champions League

Il secondo esempio è più pratico: quello nell’immagine è un post pubblicato nei giorni scorsi da Libero, pochi giorni dopo la finale di Champions League di calcio in cui il Barcellona ha sconfitto la Juventus. Dice il titolo che la vittoria dei blaugrana è stata “revocata”. Poi si apre il link e si scopre che la Uefa, la federazione europea di calcio, ha dichiarato che i quattro giocatori nella rosa della squadra mai scesi in campo nelle partite del torneo non potevano fregiarsi del titolo di vincitori. Non esattamente quello che appariva dal titolo-Facebook, diverso peraltro dal titolo della notizia sul web, più semanticamente corretto rispetto all’informazione dell’articolo. E qui la domanda è: se entrate in una pizzeria che promette deliziose margherite cotte nel forno a legna e scoprite che scongelano le pizze nel forno elettrico, tornereste in quel locale?

Per questo, forse, c’è un nesso tra il calo di fiducia nel sistema dell’informazione da parte dei lettori italiani (che hanno un alto range di non lettori di carta stampata, il 49%, ma una quota altrettanto alta di persone interessate alle news, il 74%) e il calo di utilizzo di Facebook come fonte di informazione. I “newsbrand” presenti sul social network a volte cedono alle tentazioni acchiappaclic e perdono di autorevolezza e credibilità. Perché se il nostro quotidiano di fiducia dà un’immagine non dissimile dal peggior sito web spacciatore di bufale, pur di avere un visitatore in più, è l’intero ecosistema dell’informazione che paga pegno.

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