Glocalnews 2013 a Varese

Sembrano frasi estratte da una messa da requiem, quelle pronunciate da autorevoli giornalisti che hanno fatto parte del gruppo di relatori del festival Glocalnews (per gli amici e per i social network #glocal13), chiusosi domenica 17 novembre a Varese. Parlano, indubbiamente, di una crisi profonda che colpisce i media tradizionali in Italia e non solo.

Continuare a regalare le notizie che a noi costa produrre mi sembra un esempio di rara idiozia (Paolo Rastelli, responsabile di Corriere.it)
Ho apprezzato molto la scelta del mio direttore di non pubblicare il reportage di Domenico Quirico alle cinque del pomeriggio sul web, ma di tenerlo per l’edizione di carta. Alle sette del mattino dopo era in tutte le edicole. E alle sette e mezza già girava, gratis, sul web. Io stesso ho letto il dialogo tra Eugenio Scalfari e Papa Francesco prima di avere Repubblica in mano (Marco Castelnuovo, caporedattore del politico a La Stampa)
Oggi come oggi non puoi mantenere la carta stampata con redazioni da 300 giornalisti (Marco Alfieri, direttore de Linkiesta)

 

Glocalnews 2013, vitalità digitale
(Dopo il festival di Varese, tra “bollettini di guerra” e segnali di rinascita)

A #glocal13 lo spirito non era quello di un funerale, tutt’altro. Si è parlato di futuro, con le frontiere aperte dal mondo digitale, ma anche di presente e di modelli di sviluppo sostenibile per i nuovi media. Che sono tanti, solidi ed entusiasti come l’organizzatore Varesenews, testata ormai storica nel panorama delle news locali “senza carta” che, proprio in occasione del festival, ha chiuso con una festa una sua iniziativa sul territorio: il nome, #141tour, deriva dal numero di comuni della provincia di Varese, tutti visitati dalla redazione per incontrare persone e, in seguito, raccontare storie. Il digitale, insomma, che fa qualcosa che ormai sembrava del passato: mostrare la propria faccia.
La sensazione, al termine di Glocalnews, è che il tempo che stiamo vivendo sia davvero uno dei momenti più vivaci e stimolanti della storia per occuparsi di informazione. Il problema è seguire l’evoluzione e governarla, se è vero, come dice Marco Pratellesi, che “la cultura di noi giornalisti non riesce a cambiare alla velocità dei mutamenti tecnologici”. Problema, ma anche sfida: Marco Castelnuovo ha raccontato dei ritmi di lavoro de La Stampa messi a confronto con quelli del Wall Street Journal, annotati dopo una visita alla loro redazione. “Noi abbiamo un appuntamento ogni mattina alle 11 per la riunione di redazione. Guardiamo il nostro giornale e gli altri, parliamo delle notizie del giorno. Poi le seguiamo. Attorno alle 19,30 disegniamo le pagine e fino alle 22 le abbiamo confezionate per quella che ormai è l’unica edizione del giorno, senza ribattute. Al Wsj si incontrano alle 9,30, la riunione termina tassativamente alle 10 e serve a scandire l’ordine delle notizie da pubblicare sull’edizione web. Alle 20 quello che non è andato sul web compone l’edizione cartacea”. Luca Sofri, direttore de Il Post, invece ha visitato la redazione dell’Huffington Post, testata nata e cresciuta nel web. “Ho visto un gruppo al lavoro in una stanza. Ho chiesto se fosse la redazione e mi hanno detto: no, sono i Seo. Un numero di persone uguale a quello dei reporter si occupa di ottimizzare la posizione delle notizie nei motori di ricerca, perché possano essere trovate”.
Le si dovrebbe chiamare avanguardie, specie pensando alla situazione italiana dove “la somma algebrica degli investimenti sul digitale da parte delle aziende editoriali è pari a zero o addirittura negativa. In Germania è pari a 10 miliardi di euro negli ultimi anni. Ma chi ha investito adesso raccoglie i frutti”. Sono parole di Enrico Gasperini, presidente di Audiweb, l’organismo che controlla e certifica il traffico sui siti all news italiani. Ma, appunto, altrove nel mondo innovare è una prassi. Qualche numero pescato nel mazzo? In Spagna c’erano 130 giornali, adesso ci sono mille testate sommando quelle tradizionali e quelle online. “In una città poco lontano da Madrid” ha raccontato Luis Izquierdo Labella, corrispondente di La Vanguardia e docente universitario “esisteva solo un mensile. Ora esistono quattro siti web all news, uno dei quali si occupa solo della città capoluogo”. Londra pullula di testate internet extralocali, che si occupano solo di un quartiere della metropoli. E funzionano. E, in prospettiva, hanno un mercato fiorente da aggredire: “La pubblicità geolocalizzata è stimata a 1,1 miliardi di sterline nel 2018” ha detto Jon Kingsbury, direttore della fondazione inglese Nesta. “E quella extra-locale a 32 milioni di sterline”. E in Italia il pubblico di Glocalnews ha ascoltato anche l’esperienza della redazione di Prato del Tirreno, quotidiano del gruppo L’Espresso: si sono organizzati in modo da essere digital first e hanno scoperto che non solo il sito web, come era prevedibile, ha avuto un’impennata di accessi ma che il numero di copie vendute in edicola è rimasto invariato.
Per i grandi (e per chi pensa in grande) la sfida è ripensare struttura, ritmi di lavoro e modello di business: “Linkiesta nel 2012 ha perso un milione di euro” ha detto Marco Alfieri. “Ma è anche compito dei giornalisti dare una mano per trovare le risorse. Fa parte del mio mandato da direttore la ricerca di un equilibrio economico”. Ma l’universo glocal è fatto di piccole testate sempre più numerose, elastiche e intraprendenti, che si basano su fantasia, professionalità, costi ridotti all’osso e ricavi da cercare in territori inesplorati. Piccoli Varesenews, insomma, che esplorano nicchie d’informazione: nel barcamp in cui abbiamo raccontato l’esperienza de Il Cittadino Più, c’era anche la storia di Perypezye Urbane, sito, web tv, agenzia e editrice di un bimestrale solo digitale che si occupa di cultura e di arte. Oppure l’esperienza maturata nella carta stampata dal torinese Vittorio Pasteris, messa a servizio di Quotidiano Piemontese: “Sappiamo che, per funzionare, dobbiamo avere ritmi diversi da quelli dei quotidiani. Sveglia presto, primi aggiornamenti sul sito, una giornata dietro alle notizie e occhi aperti sul territorio fino a tarda sera”. Il tutto, ovviamente, con redazioni molto meno numerose di quelle dei giganti di carta. Con evidenti differenze di budget: intorno a un milione di euro l’anno per una testata solo digitale con un minimo di struttura, da 5 a 30 milioni l’anno per una cartacea. E, a volte, producendo informazione senza essere esattamente una testata giornalistica: OkNotizia è un aggregatore di fonti che collabora con un gruppo di testate online della zona Ovest della provincia di Milano e somma alle news dal territorio i blog tematici, con risultati di traffico lusinghieri.
Per tutti il problema è uno solo: come monetizzare il proprio impegno? Gli ormai classici banner sono un modello, ma non l’unico: “Dai banner otteniamo il 30% dei nostri ricavi” ha sottolineato Marco Alfieri. “Il resto va trovato da altre fonti”. Quali, in un mondo in cui la diffusione istantanea delle news è globale e, per chi conosce lingue diverse dall’italiano, qualsiasi notizia estera esce sul quotidiano di carta ore dopo i suoi primi lanci e approfondimenti dei media internazionali? “Leggendo notizie ovunque, la notizia stessa ha perso valore” ha detto Marco Pratellesi, che ha ripensato il mondo web de L’Espresso. “Dobbiamo ridare valore a quello che facciamo. Il lettore si aspetta di essere arricchito dal tempo che trascorre leggendo. Combattiamo per una fetta del suo tempo”. Ma bisogna affilare le armi e dare quello che altrimenti non si potrebbe sapere: “Due esempi? Il dialogo tra Scalfari e il Papa su Repubblica, che ha trasformato il quotidiano in un saggio, e la testimonianza di Domenico Quirico su La Stampa, in cui un inviato è tornato a essere l’unico ad aver visto una storia e a poterla raccontare”. Avere le notizie è una chiave, l’altra è farle conoscere: “A Linkiesta arriva dai social network il 35% degli accessi” ha sottolineato Marco Alfieri. “È come fare due giornali in uno, perché si tratta di persone che non passano dalla home page”. E dalla gerarchia di notizie pensata dalla redazione. Andrea Iannuzzi, direttore Agl quotidiani del gruppo L’Espresso, ha cambiato le tradizionali cinque W in cinque C più una: “Context, conversation, curation, community, collaboration, e customization”. Ovvero contesto, conversazione, accuratezza, comunità, collaborazione e personalizzazione.
Sul piano locale, Jon Kingsbury ha suggerito altre vie di sviluppo: non dare solo notizie ma anche informazioni utili alla comunità, dagli spettacoli alle guide a bar e ristoranti; avere, quando possibile, un’edizione di carta a supporto; offrire contenuti di pubblico servizio (orari di sportelli comunali, prenotazione online di esami medici) e far pagare il servizio agli enti pubblici; trovare nuove piattaforme per far parlare di sé in modo economico, dalle fanpage di Facebook fino a esempi più fantasiosi, come i display che proiettano news collocati sui cestini della spazzatura in un rione di Londra. E per restare al tema del festival, ovvero il glocal, si può sempre raccontare in chiave locale una notizia globale: un sito web di Salamanca ha portato nella sua home page il ciclone nelle Filippine, trovando la storia di un filippino, originario di una delle città più colpite, che da anni vive in Spagna.
È stato bello scoprire che molte di queste soluzioni (notizie di pubblica utilità, servizi ai lettori, ovviamente un’edizione di carta a supporto) fanno parte del dna de Il Cittadino Più, anche se il suo mondo è quello del tablet, ancora un universo parallelo e più piccolo rispetto alla via lattea del web. Ma i dati (nel 2018, secondo le previsioni di Telecom, l’80% degli italiani possiederà un tablet) dicono che quell’universo è destinato a espandersi, così come si è già espanso l’universo del mobile. E se il mondo del web “puro” se ne dimenticasse, rischierebbe di trovarsi spiazzato, così come è successo con il mondo di carta rispetto al web.

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