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Dopo la chiusura di The Daily: un’analisi

Con un’edizione speciale, dedicata a quanto di meglio avesse pubblicato nei suoi 22 mesi di esistenza, sabato 15 dicembre The Daily ha chiuso i battenti. La decisione di interrompere le pubblicazioni, da parte del primo quotidiano di sempre nato solo per i tablet, ha fatto molto rumore. E ha scatenato i commentatori dell’intero pianeta. Archiviamo in fretta alla voce “tifosi” coloro che hanno approfittato dell’avvenimento per cercare conferme alle loro teorie (si sono lette, sui giornali di carta, analisi sull’imprescindibilità della carta e, sui media basati su internet, sillogismi sul fatto che l’unico futuro sia nel web).

Il buono e il brutto di The Daily
(Dopo la chiusura del primo quotidiano solo su tablet: che cosa funzionava e che cosa no)

A bocce ferme, proviamo piuttosto a capire che cosa non abbia funzionato, partendo da un presupposto: a The Daily sono stati pionieri e, come tali, vanno comunque ringraziati da chi vive e lavora nel mondo delle notizie. A qualche pioniere capita di trovare la strada giusta al primo tentativo, magari quasi per caso (in fondo Cristoforo Colombo approdò in America, ma stava cercando le Indie). Gli altri aprono una via, e dai loro errori imparano coloro che provano a percorrerla in seguito. Perché, meglio metterlo nero su bianco, con i lettori via tablet gli editori devono ancora fare i conti.

“Solo” un quotidiano
Come ha scritto Jordan Kurzweil dell’agenzia specializzata in media digitali Independent Content (in un pezzo intitolato “Perché ho cercato di comprare The Daily”), nella redazione allestita dal magnate australiano Rupert Murdoch hanno preso troppo alla lettera il loro nome. Nell’era in cui il primo lancio di una notizia arriva da Twitter, magari scritto da un testimone oculare che precede di mezz’ora il primo reporter, pubblicare su uno strumento dinamico (e connesso alla grande rete) come l’iPad un quotidiano strutturato in modo statico è anacronistico. Vuol dire portarsi dietro la rigidità (e quindi il limite) della carta. Vuol dire, come ha scritto Mario Garcia, soffrire di “sindrome della radio”, ovvero comportarsi come i primi produttori televisivi che provarono a trasferire di peso le strutture del mezzo che conoscevano, la radio appunto, nel nuovo strumento.
Con il tempo, è vero, a The Daily hanno preso qualche contromisura. Anche nel suo ultimo vero giorno di vita, la notizia della strage nella scuola elementare nel Connecticut ha costretto la redazione a una “seconda edizione”. Ma la ribattuta (mi si perdoni il termine da “vecchia stampa) era fatta di una nuova prima pagina e di trenta righe di sintesi “statica” con una photo gallery all’interno. Qualsiasi sito web di news americano (e non solo) forniva aggiornamenti in tempo reale, spesso mescolando ai reportage e ai lanci di agenzia il contenuto che arrivava dai lettori (o dai reporter stessi) attraverso i social network. Per tacere del lavoro che un colosso come il New York Times stava facendo attraverso la sua app per iPad. Ma ci sarà modo di approfondirlo.

 

Una scatola chiusa

Paradosso vuole che, nei suoi primi giorni di vita, il sistema semiaperto di The Daily, studiato per consentire la condivisione sui social network dei suoi contenuti, fosse oggetto di beffe: un blogger trovò la chiave per scoprire gli url di ogni articolo del quotidiano appena nato e li pubblicò giorno per giorno sulla rete. All’epoca la permeabilità del sistema fu considerata un serio problema perché i contenuti a pagamento, alla fine, si potevano leggere anche gratis.
A meno di due anni di distanza (tanto per spiegare quanto stia correndo rapidamente il mondo delle news), quella stessa apertura di The Daily verso il mondo esterno è stata unanimemente considerata insufficiente, in un mondo in cui ti si nota di più se ti ri-twittano e se ti condividono su Facebook. Un sistema, peraltro, che i giornali stanno imparando a usare non solo per accrescere il numero dei loro lettori, ma anche come cartina di tornasole immediata su ciò che piace di più, specie in assenza di informazioni puntuali su contatti, visite e pagine viste, a cui internet ci ha abituati e che l’ambiente iPad non consente di ottenere. La scarsa presenza sul web (The Daily aveva un sito-vetrina che non incoraggiava l’interazione con i lettori) e l’impermeabilità tra le varie piattaforme alla fine si sono rivelati un limite. «Sblocca i tuo contenuti e mettili a disposizione su tutti i devices, computer, mobile, tablet, perché i consumatori, specie se pagano un abbonamento, se lo aspettano. E poi prepara contenuti anche per chi non è abbonato e lascia che i motori di ricerca li trovino»: sono i consigli di Jordan Kurzweil per The Daily. E per chiunque voglia avere a che fare con il mondo delle news.

 

Costi fuori controllo

Per aprire The Daily, News Corporation ha investito 30 milioni di dollari: servivano una redazione, uno staff di tecnici e programmatori che inventasse dal nulla quello che non esisteva (animazioni, interattività spinta, foto a 360 gradi…) e che fosse in grado, soprattutto, di riprodurlo ogni giorno. Peter Ha, primo direttore tecnico del giornale, ha raccontato quanto fossero eccitanti e folli i giorni che hanno permesso a The Daily di vedere la luce. Ma nel suo racconto c’è anche qualche segnale di allarme di un sistema che avrebbe faticato a funzionare: «Passavano le settimane e c’erano sempre più facce nuove e un crescente affollamento di scrivanie». Uno staff necessario, perché, appunto, la tecnologia era tutta da sperimentare. Ma costoso. Anche a fronte di ricavi di tutto rispetto: The Daily aveva 100mila abbonati, con un tasso di rinnovo superiore al 95% e con ricavi stimati di 3 milioni di dollari l’anno dai soli lettori, senza contare quelli della pubblicità. Una cifra da mondo dei sogni, per chi sta esplorando le strade dell’editoria digitale in Europa, ma non abbastanza per tenere in vita il progetto, almeno nelle intenzioni di Rupert Murdoch. «The Daily avrebbe dovuto essere trattato come una start up digitale» spiega ancora Jordan Kurzweil «e non come una nuova divisione di una vecchia divisione di una multinazionale». E quindi creatività, idee e costi ridotti. Le prime due c’erano. Al punto tre, invece…

 

Troppa tecnologia, poca identità

Non esiste un mercato globale delle news, arriva a ipotizzare dalla Spagna Juan Varela. Concetto opinabile, se è vero che proprio lo spagnolo El Pais fa grandi numeri sul web anche grazie ai lettori dell’America Latina e se The Guardian è il secondo sito di news più letto al mondo, spinto dai clic di oltreoceano. Di certo, un giornale (che sia di carta o virtuale) ha bisogno di identità. The Daily ne aveva una, dovuta alla sua unicità, così apprezzata da Steve Jobs che pare inorridisse, quando si trattava di sfogliatori di pdf dentro il “suo” iPad. Ma era troppo americano per essere un quotidiano globale e non abbastanza definito per distinguersi da prodotti già esistenti. Mario Garcia lo ha chiamato «un New York Post con un pizzico di giornale regionale, ma con la sede non si sa dove». Altri lo hanno battezzato come un magazine che usciva tutti i giorni, arricchito da tecnologia che dava più gadget che plusvalore alle informazioni.
La multimedialità, però, sembra non essere in cima alla lista degli interessi dei lettori via iPad, secondo una recente ricerca di The Pew Research, che ha stimato nel 40% i lettori via tablet interessati a audio, video e animazioni durante il loro consumo di notizie. Ma la ricerca di quella multimedialità ha costretto l’editore di The Daily a dotarsi di uno staff numeroso e costoso. In due anni la tecnologia ha fatto passi da gigante, semplificando e rendendo più economici i flussi di lavoro. E se un gigante come Esquire ha lasciato da parte la programmazione nativa e ha scelto Adobe Digital Publishing Suite per realizzare la sua versione tablet, molto presto sarà sul mercato anche in Italia MagEasy, una piattaforma per consentire l’elaborazione dei contenuti di una app di news (e non solo) attraverso il web.

 

Questione di qualità

Ho accennato al New York Times e alla strage nella scuola elementare di Newtown. A due ore dalla tragedia, The Daily proponeva ai suoi lettori di scaricare un aggiornamento dell’edizione con una nuova prima pagina e una breve cronaca del fatto, arricchita da una photo gallery. Negli stessi minuti, sullo stesso iPad, il New York Times aveva una cronaca più dettagliata dei fatti, accompagnata a una pagina arricchita da contenuti web, con gli aggiornamenti in tempo reale dal luogo della tragedia.
Dodici ore dopo l’irruzione nella scuola, mentre The Daily era fermo alle trenta righe della sera prima, il New York Times aveva otto tra servizi, reportages e commenti sulla vicenda e sul dibattito scatenatosi sulla diffusione delle armi negli Usa. E la sua foto di copertina ritraeva il presidente Obama mentre si asciugava una lacrima. Il tutto, mobilitando una trentina di firme a vario titolo, come riportato in calce ai servizi. Inutile domandarsi per quale dei due media si sarebbe speso più volentieri un abbonamento. Mentre è bene non dimenticare, tra un’elucubrazione tecnica e un’analisi delle abitudini dei lettori, che il giornale su iPad più scintillante e infiocchettato è una scatola vuota, se non lo si riempie della qualità del lavoro giornalistico.

 

La soluzione MagEasy

La piattaforma tutta italiana che sta per essere lanciata sul mercato parte dalla considerazione di Steve Jobs sugli sfogliatori pdf ma impara anche dagli errori dei pionieri della pubblicazione di news su tablet. Sarà semplice ed economica, innanzitutto. Consentirà agli editori di aggiungere contenuti extra alle parole senza aver bisogno di programmatori. E, tra i contenuti extra, ci sarà l’interattività, con la possibilità per esempio i flussi di Twitter in una pagina “statica” e consentendo al lettore di twittare senza uscire dalla app. Allo stesso modo, una pagina potrà contenere parti statiche e parti dinamiche appoggiate al web, per notizie che necessitano di aggiornamenti continui in tempo reale. Noi di Alberto Valeri Srl abbiamo visto nascere Mag Easy e ce ne siamo innamorati: questione di giorni, e la vedranno tutti.

Link
Jordan Kurzweil, Why I tried to buy The Daily
Mario Garcia, Requiem for The Daily
Peter Ha, What it was like launching The Daily
Juan Varela, Los errores de Murdoch y The Daily
Nieman Lab, What to take away from The Daily’s failure

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